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Origine del grano nell'etichetta della pasta: a chi conviene nasconderla?

obbligo di inserire in etichetta della pasta l'origine del grano 26/10/2017

L'AIDEPI (Associazione delle Industrie del Dolce e della Pasta Italiane) ha presentato ricorso al TAR contro il decreto ministeriale che prevede l'obbligo di inserire nell'etichetta della pasta l'origine del grano: perché?

Lo scorso Luglio dopo un'interrogazione pubblica, il Minstero delle Politiche Agricole e Forestali ha emesso un decreto che entrerà in vigore a febbraio 2018. Per la gioia di tutti i consumatori, il decreto impone ai produttori di pasta di indicare il paese o i paesi d'origine del grano in etichetta.
Noi riteniamo che un provvedimento di questo tipo sia positivamente rivoluzionario e all'avanguardia per la trasparenza e la tutela dei consumatori.
Nei giorni scorsi però, l'AIDEPI (L'Associazione delle Industrie del Dolce e della Pasta Italiane) ha presentato ricorso contro il decreto al TAR del Lazio ritenendolo dannoso per l'economia e disorientante per i consumatori.
Vi vogliamo spiegare cosa dice il decreto, quale é la posizione dell'AIDEPI e cosa sostiene, invece, la Coldiretti: alla fine trarrete voi le vostre conclusioni.

COME NASCE E COSA PREVEDE IL DECRETO

Numeri alla mano il decreto nasce dalla volontà esplicita e comune dei cittadini italiani. Nella nota ufficiale il Ministero delle Politiche Agricole e Forestali infatti indica i risultati dell'interrogazione pubblica che non lascia troppo spazio a interpretazioni sul volere dei cittadini sulla questione:
"Oltre l'85% degli italiani considera importante conoscere l'origine delle materie prime per questioni legate al rispetto degli standard di sicurezza alimentare, in particolare per la pasta e il riso. Sono questi i dati emersi dalla consultazione pubblica online sulla trasparenza delle informazioni in etichetta dei prodotti agroalimentari, a cui hanno partecipato oltre 26mila cittadini."
La nota indica anche i punti salienti del decreto:
"Il decreto grano/pasta in particolare prevede che le confezioni di pasta secca prodotte in Italia dovranno avere obbligatoriamente indicate in etichetta le seguenti diciture:
a) Paese di coltivazione del grano: nome del Paese nel quale il grano viene coltivato;
b) Paese di molitura: nome del paese in cui il grano é stato macinato.
Se queste fasi avvengono nel territorio di più Paesi possono essere utilizzate, a seconda della provenienza, le seguenti diciture: Paesi UE, Paesi NON UE, Paesi UE E NON UE.
Se il grano duro é coltivato almeno per il 50% in un solo Paese, come ad esempio l'Italia, si potrà usare la dicitura: "Italia e altri Paesi UE e/o non UE"."

Per rendere il concetto lampante possiamo fare qualche esempio. Se una pasta é prodotta con 100% grano italiano nell'etichetta verrà specificato che il grano utilizzato é solo italiano. Se il grano fosse per ipotesi il 50% italiano e per un altro 50% canadese nell'etichetta comparirà la dicitura Italia e altri paesi non UE. Infine poniamo che la pasta contenga solo un 20% di grano Italiano e il restante 80% provenisse da altri paesi comunitari, nell'etichetta comparirebbe la dicitura origine paesi UE.
Qui puoi leggere il testo integrale del decreto. --> Link al sito della Gazzetta Ufficiale

LA POSIZIONE DELL'AIDEPI

L'AIDEPI come abbiamo già accennato ha presentato ricorso al TAR del Lazio nei giorni scorsi. Ha pubblicato un comunicato stampa diviso in 7 punti nel suo sito ufficiale. I primi 3 sono di carattere tecnico giuridico e riguardano più i giudici che i consumatori. Gli altri possono essere riassunti nella dichiarazione rilasciata dal Presidente Felicetti che afferma:
"Il decreto é fatto male: non informa correttamente il consumatore, rischia di far credere che ciò che conta per una pasta di qualità é l’origine del grano. E non é vero. Il decreto non incentiva gli agricoltori a produrre grano di qualità e riduce la nostra competitività all’estero, perché introduce un obbligo che comporta costi aggiuntivi solo per noi e non per i nostri concorrenti. Una norma protezionistica che si applica solo ai produttori italiani".
--> Link al comunicato stampa integrale
Paolo Barilla, vice presidente del gruppo BARILLA in un'intervista pubblicata da corriere.it si é schierato contro il decreto. Queste sono state le sue dichiarazioni:
"Se in Italia si facesse pasta solo con grano italiano, se ne produrrebbe il 30-40% in meno. E sarebbe un autogol per il Paese." Ha in più affermato che “solo il 10% del grano é eccellente, il 50% é di qualità media e il 40% é insufficiente a garantire la qualità di purezza e contenuto proteico richiesti per la pasta. Per questo i pastai non lo vogliono. E per questo, per noi, il decreto sull’etichettatura é una forzatura, perché in un certo senso ci impone di utilizzare quel grano".

LA POSIZIONE DI COLDIRETTI

La posizione di Coldiretti, che ci sentiamo di appoggiare in toto, é stata espressa in questi termini dal direttore di Coldiretti Siena Stefano Solfanelli: "L'etichetta che certifica la provenienza delle materie prime di un genere di largo consumo in Italia come la pasta é, oltre che un gesto di civiltà e di democrazia economica, anche un'azione sensata volta a garantire sia i produttori che i consumatori. Bloccare questo decreto sarebbe un grande passo indietro, e metterebbe a rischio sia la produzione Made in Italy che la salute degli italiani. Una decisione, tra l'altro, che va contro gli interessi dell'85% dei consumatori che chiedono venga indicata in etichetta l'origine del grano utilizzato nella pasta secondo la consultazione pubblica online sull'etichettatura dei prodotti agroalimentari condotta dal Ministero delle Politiche Agricole”.

"Siamo certi - ha aggiunto Coldiretti - che la magistratura potrà ben valutare il primato degli interessi dell'informazione dei cittadini su quelli economici e commerciali.
Ancora una volta
- sottolinea la Coldiretti - la rappresentanza industriale dei pastai preferisce agire nell'ambiguità contro gli interessi dell'Italia e degli italiani che chiedono trasparenza. Si vuole impedire ai consumatori di conoscere la verità privandoli di informazioni importanti come quella di sapere se nella pasta che si sta acquistando é presente o meno grano canadese trattato in preraccolta con il glifosate, accusato di essere cancerogeno e per questo proibito sul grano italiano. Si vuole fermare un provvedimento contro le speculazioni che hanno provocato il crollo dei prezzi del grano italiano al di sotto dei costi di produzione con una drastica riduzione delle semine e il rischio di abbandono per un territorio di 2 milioni di ettari coltivati situati spesso in aree marginali. Per il territorio senese, un colpo mortale”.

LA NOSTRA POSIZIONE

Il nocciolo della questione non riguarda la qualità dei grani stranieri, che nessuno sta mettendo in dubbio, ma la trasparenza e la tutela di consumatori e produttori italiani. Il decreto infatti non impone l'utilizzo di grani italiani, ma semplicemente l'indicazione dell'origine del grano con cui é prodotta la pasta che mangiamo ogni giorno.
Sottovalutare l'intelligenza ed il gusto dei consumatori italiani è una mancanza di rispetto. Chiunque di fronte ad un prodotto contenente grani stranieri e un prodotto italiano è libero di fare la propria scelta. Basta saperlo.

Detto questo, la questione diventa utile anche per riflettere sulle implicazioni economiche e sul rapporto tra produzione agro-industriale e territorio. E’ innegabile che gli agricoltori nazionali siano sempre più in grande difficoltà e stiano progressivamente riducendo l’interesse per la produzione agricola. Se da un lato il prezzo del grano ogni anno è al ribasso, dall’altro carburanti e manodopera rincarano continuamente. Questi costi incidono tanto sulle piccole che sulle grandi aziende che molto spesso non riescono a compensare i costi vivi di produzione nonostante gli aiuti che percepiscono.
Ed è proprio questo l’aspetto su cui dobbiamo riflettere perchè le imprese agricole ridistribuiscono utili e reddito sul territorio di appartenenza. Al contrario delle grandi multinazionali che riescono a vendere grano all’industria della trasformazione a prezzi inferiori. Industria della trasformazione che a sua volta, ricorre a massicci acquisti sui mercati internazionali mentre il prodotto nazionale rischia di rimanere invenduto.
In un sistema così strutturato dovremmo riuscire a recuperare convenienza nella coltivazione e costruire una catena competitiva tutelando il consumatore finale sulla tracciabilità e sulla qualità del prodotto.
Al Mulino Val d’Orcia abbiamo deciso di investire nella riorganizzazione della filiera e nella qualità del grano e delle semole, reintroducendo la coltivazione di varietà pregiate di cereali antichi. Questo forte legame col territorio ci rende fieri ed orgogliosi di dichiarare in etichetta la provenienza del nostro grano. Ecco perché siamo completamente a favore del decreto e crediamo che sia davvero rivoluzionario, specialmente se riguarda il prodotto che forse più di tutti rappresenta l’italianità nel mondo.

Ogni produttore di pasta è libero di fare le proprie scelte a livello di produzione. Se qualcuno ritiene che il grano straniero sia di qualità superiore e consenta di ottenere un prodotto migliore, ne faccia pure uso ma abbia il coraggio di rendere consapevoli i consumatori.


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